Il Sole su Birkenau
Piedi doloranti che corrono svelti, gote ghiacciate per freddo tagliente, fiato pesante e la consapevolezza di star intraprendendo un viaggio che avrebbe cambiato le nostre vite.
Abbiamo lasciato Casale avviluppata in una nebbia bagnata. Erano le nove e mezza di un sabato sera e, quando siamo tornati, ci ha accolti con uno dei primi soli primaverili.
Solitamente in quel momento, il sabato sera ci si prepara ad uscire con gli amici, ma quel giorno, quel sabato, era diverso: sedevamo tra volti sconosciuti, su un bus illuminato di azzurro, chi con la paura di non riuscire ad integrarsi subito, chi con la paura di non riuscire a portare a termine il viaggio.
Non immaginavamo che al ritorno ci saremmo sentiti diversi: cresciuti.
Il viaggio è iniziato a Berlino: le strade immense ma vuote, un sole che riscaldava poco e che andava a colpire la porta di Brandeburgo, quasi impedendo alla luce di raggiungere i memoriali, dove risuonava un silenzio sovrumano. Qui le vittime, le loro categorie, sembravano gerarchizzate, anche se il freddo si faceva, per tutti, più intenso, più forte.
E proprio quel freddo specifico ci avrebbe accompagnato per tutta l’esperienza, soprattutto più a nord rispetto a Berlino.
Vicino allo Schwedtsee, sorge una cittadina tranquilla, sulla riva del lago si può scorgere un edificio che sconvolge la pace del borgo: un lager.
La neve soffice si confonde con il ghiaccio sulle strade che portano all’ingresso di un luogo che ottant’anni introduceva all’inferno.
Una sopravvissuta, Lidia Beccaria, ci accompagna attraverso i rimasugli di quella che appare una fabbrica, non c’è tanto, ma quella sensazione indescrivibile provata in centro a Berlino si ripresenta, più forte.
Lo stomaco si chiude, la gola si secca, mentre gli occhi si inumidiscono durante la lettura degli estratti di “Le Donne di Ravensbrück”, circondati dalla neve candida che non dà alcun sollievo.
Quando il bus si ferma a Cracovia molti non hanno ancora metabolizzato le forti immagini della versione al femminile di Sachsenhausen, ma il tempo non si ferma, e presto raggiungiamo il ghetto della città.
Non è rimasto molto, solo la storica farmacia, qualche resto delle mura e qualche finestra sigillata dai mattoni.
Passiamo attraverso una piazza, dove l’attenzione ricade sulle sedie in bronzo che, riposte con cura ad intervalli regolari, ornano tutta l’area: simboleggiano i mobili abbandonati dagli ebrei polacchi durante la Shoah.
Di nuovo siamo preda di una strana sensazione, quando scopriamo di star camminando dove migliaia di persone venivano esaminate ogni giorno e, dove ogni giorno chi non soddisfaceva il criterio, veniva deportato.
La sensazione persiste, più incombente, anche alle porte di Auschwitz, nessuno osa parlare.
Infreddoliti da quella brezza caratteristica della Polonia, seguiamo la guida, alzando gli occhi da terra solo per vedere ciò che ci viene descritto con parole crude. Anche se non possiamo osservare la disgustosa realtà che ospitava quel luogo, ce la sentiamo sulla pelle.
Saliamo i gradini corrosi dal tempo, percorriamo i sentieri ghiacciati, ci facciamo strada nelle baracche di mattoni sentendoci angosciati e anche un po’ colpevoli, nel tentativo di portare alla mente ogni istante vissuto dalle vittime di una strage inutile e disumana.
Alla conclusione della visita ci viene chiesto di scegliere un nome tra quelli appesi ai muri: scelgo Marianna, nata un giorno dopo di me, una studentessa polacca. Tenne duro per cinque giorni, chissà se tra i mattoni di Auschwitz o se tra il legno di Birkenau, ma io la ricordo come se fosse una parte di me e come ogni ragazzə che ha intrapreso questo viaggio dovrebbe ricordarsi di chi ha scelto: perché non importa a chi appartenesse quel nome, se ad un bambino, ad un uomo, ad una donna, ad un polacco, ad un ebreo, ad un omosessuale, ad un ungherese o ad un italiano, apparteneva ad una persona come noi.
Anche se non potevamo accorgercene per le nuvole grigie, quando ci siamo lasciati alle spalle Birkenau, era ormai pomeriggio inoltrato.
Con le gambe ed il cuore a pezzi, ci siamo sforzati di raggiungere l’ultimo luogo per ricordare: un vagone del treno adibito alla deportazione, a qualche minuto dal campo, dove Marianna ed altri cinquecento nomi hanno iniziato a suonare dalle nostre voci, rompendo il silenzio.
Il cammino di ritorno è stato lungo e pesante, ma la sensazione che ci siamo portati dietro si era affievolita, lasciando spazio ad una strana malinconia, un’inspiegabile saudade.
Quindi ci siamo fermati ad osservare i binari fuori dal campo e, all’alzare degli occhi, lo si poteva scorgere mentre faceva capolino dalle nuvole: il sole su Birkenau.





