Amaka Ethel Nwokorie al Balbo,
“Ho deciso di rimanere in Italia, anziché tornare in Nigeria o trasferirmi altrove, perché voglio essere io il cambiamento, voglio cambiare la narrazione. Non è vero che l’Italia è un paese di prostitute, come mi hanno fatto credere al mio arrivo; non è vero che per una donna, specialmente per una migrante, non ci sono altre possibilità.»
Queste le parole di Amaka Ethel Nwokorie che, grazie al progetto “Time to change" di Rete Insegnanti Italia attivato dall’insegnante di religione Gabriella Coppo e alla bottega equosolidale Equazione, nella mattinata di martedì 10 marzo ha incontrato alcune classi dell’Istituto Balbo ed è ritornata nel pomeriggio per i partecipanti al Club del Libro, desiderosi di conoscerla.
Amaka ha risposto con disponibilità all'intervista preparata da Alessandra Cattaneo, Sarai Costa Lima, Lucrezia Dolcino, Virginia Gonella, Sara Mangiotti e Marius Bontidean (classe 4A Liceo di Scienze Umane). Ma prima ha raccontato la sua storia, che ha trovato il coraggio di mettere per iscritto nel libro “Le parole di mio padre”, edito da Altrəconomia: una storia che ha scosso, commosso, impressionato tutti.
«Sono stata portata in Italia nel 1995 con l’inganno» ha esordito. «Perdipiù da parte di una cugina: diceva di aver bisogno di me con urgenza, avrei dovuto sostituirla nel suo lavoro per darle la possibilità di tornare in Nigeria. Io, in realtà, non avrei voluto partire: stavo bene là, frequentavo l’università di Economia, avevo là i miei sogni. Nel messaggio, la cugina faceva leva sulla fiducia del datore di lavoro, sull’affetto nei miei confronti, sui precedenti scambi di favori tra la mia e la sua famiglia. Inoltre, l’Università era in sciopero, mio padre era malato, i soldi sarebbero serviti. Insomma, mi sono lasciata convincere.»
Amaka atterra quindi a Fiumicino, per spostarsi subito a Torino con un viaggio in treno; all’arrivo verso sera, la cugina la accoglie con un pasto abbondante e la invita a riposare bene, in vista dell’incontro con il datore di lavoro, previsto già per il mattino successivo. L’indomani, sveglia alle 5 e poi, scortata dalla coinquilina Eugenia, con vari cambi di treno, Amaka raggiunge Abbiategrasso. Il luogo per l’appuntamento con il datore di lavoro, però, la insospettisce: nessuna fabbrica, solo campi di mais e un capanno abbandonato. Dalla trasformazione di Eugenia, che si trucca, indossa una parrucca e un vestito succinto, Amaka capisce l’inganno.
Le tornano in mente le parole di suo padre alla partenza: «Nessuna conoscenza è uno spreco.» Forte della fede e dell’educazione ricevuta, Amaka non vuole cedere: dopo quindici giorni «pesanti come quindici anni» di ricatti, torture, reclusione in casa, minacce di morte, trova finalmente l'occasione per fuggire. «Non sapevo dove sarei andata, che cosa avrei fatto; non sapevo l’italiano, ero traumatizzata, mi mancavano le parole…; ma ero determinata.»
Amaka viene aiutata da un ciclista disposto a parlare con lei in inglese, da una donna tedesca, interprete, che la affida alle suore di Madre Teresa di Calcutta e, in seguito, da varie congregazioni.
Il resto della sua storia Amaka preferisce non raccontarlo, per non togliere il gusto di scoprirlo leggendo il libro. Amaka ha deciso di restare in Italia e di imparare l’Italiano, nonostante questa fosse la lingua dell’odio e dell’inganno, per riprendere in mano i suoi sogni. E ci è riuscita: si è laureata e lavora come counselor e come mediatrice culturale e linguistica in diversi ambiti, dalle scuole ai centri di accoglienza agli ospedali. Ha cinque figli che stanno imparando da lei a «cogliere il buono da ogni circostanza e da ogni persona», come lei l'ha imparato dal padre.
Il suo sogno? Arricchire la sua esperienza di cambiamento e contribuire a creare un mondo dove le donne, grazie all'educazione, possano diventare libere e indipendenti. «Le donne dovrebbero essere più coese tra di loro nella lotta contro la violenza di genere, non farsi la guerra o ingannarsi a vicenda» commenta. Proprio l'inganno è l'aspetto della propria vita che più l'ha fatta soffrire e che vorrebbe cambiare. «Non bisognerebbe ingannare mai nessuno, specialmente un parente! Non ho perso la capacità di fidarmi degli altri grazie a mio padre e grazie alle persone che mi hanno aiutato a fuggire e a ricominciare.»
Essere cambiamento e dare speranze: queste le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro e a mettersi in viaggio in varie città per presentarlo. «Mi è costato riprendere in mano certi ricordi, ma almeno ho scoperto di avere ancora lacrime e sensibilità. E, per certi aspetti, è stato anche liberatorio.»





